RECENSIONE DI “IL SEGRETO DI ESPEN”

10 Apr

Il SEGRETO DI ESPEN

espen

L’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale si è estesa a gran parte dell’Europa. E quasi ovunque la popolazione si è divisa tra i collaborazionisti e i cosiddetti resistenti. Ragazzi che prima di quel momento erano compagni di scuola, amici, si sono trovati su lati opposti della barricata, improvvisamente contrapposti.

È questo il tema centrale del romanzo “Il segreto di Espen” della scrittrice statunitense Margi Preus (vincitrice del Newbery Medal Award per il suo libro di esordio “Cuore di Samurai”), ambientato in Norvegia tra il 1940, quando la Germania nazista invase il paese scandinavo, e la fine del conflitto, nel 1945. È ispirato alla vera storia di Erling Sorrusten, giovane spia norvegese. Il suo nome è diventato Espen, così come sono mutati – come specifica l’autrice in una nota finale – anche i nome dei suoi compagni, dei familiari e della futura moglie, mentre altri personaggi, come in molte opere che mescolano fiction a realtà storica, sono stati inventati.

Il romanzo si apre con la prima azione del quattordicenne Espen, che in bicicletta supera un posto di blocco tedesco raccontando di portare marmellata a uno zio malato, mentre nello zaino ha delle comunicazione sulla nuova situazione nazionale: il re norvegese è stato deposto, i partiti sono stati sciolti, e c’è stato un appello ai giovani per la difesa della libertà dell’indipendenza a ogni costo. A ricevere il messaggio è un’anziana signora, Tante Marie, in realtà un’agente segreto sui generis, che accoglie l’apprendista spia con waffel caldi e racconti sulle leggende di Odino.
La memoria, dice a Espen, è molto importante, e dobbiamo fare di tutto per non di dimenticare ciò che ci è accaduto. È la memoria che ci salverà.

Il migliore amico di Espen e compagno nella squadra di calcio è Kjell, che invece si fa sorprendere in compagnia dei tedeschi. Un’ombra nel cuore di Espen, che con il passare degli anni, della guerra, del peggioramento della vita dei norvegesi non diventerà mai una certezza. Mentre un altro ragazzo, il rancoroso Aksel, indosserà apertamente la divisa della Gestapo e darà la caccia ai suoi ex compagni.
Nel frattempo Espen cresce, si innamora, con il suo esempio di staffetta coinvolge emotivamente la sorella minore Ingrid, che di nascosto va a dare del cibo agli scheletriti prigionieri dei tedeschi.
Al posto della farina arriva la segatura, le patate sono il pasto quotidiano, le tessere annonarie l’unico modo per accedere al cibo e strumento di ricatto da parte dei tedeschi. E i motivi più stupidi sono un pretesto per essere messi in prigione o finire in campi di concentramento o addirittura giustiziati.

La narrazione non è temporalmente lineare, ma presenta frequenti sfasature, rese con il corsivo, nelle quali si aprono dei flash back, a volte di non semplicissima comprensione.
Il libro è sicuramente ben documentato e ci offre uno spaccato di storia per molti inedito, andando oltre i fatti più noti e conosciuti relativi al conflitto.

In questo settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale lo abbinerei a due romanzi italiani che hanno come protagonisti giovanissimi italiani coinvolti nelle attività e nei pericoli della resistenza: “Ribelli in fuga” (Einaudi ragazzi) di Tommaso Percivale e “Fuochi d’artificio” (Salani) di Andrea Bouchard.

Da parte dell’autrice c’era forse il desideri o di raccontare una parte di storia che gli americani non hanno vissuto in prima persona essendo stati indenni dall’occupazione nazista e quindi dalla resistenza (Margi Preus ha tra l’altro intervistato il vero Espen). Ma tra i ghiacci nordici, le lunghe e abili sciate tra le nevi dei giovani protagonisti, i primi casti batticuori, manca forse quell’emozione che in altri romanzi ci fa innamorare dei personaggi rendendoceli vivi per sempre.

(età consigliata: dai 13 anni)

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