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Recensione di L’estate dei segreti perduti

30 Apr

estate

Nuova recensione di un libro YA sul sito Libri e marmellata https://libriemarmellata.wordpress.com/. Si tratta di L’estate dei segreti perduti, di E. Lockhart, edito da De Agostini e finalista al Premio Aadersen per romanzi over 15 anni.

Un titolo ammiccante e una ragazza che cammina con i piedi nudi sulla sabbia ci potrebbe suggerire uno scenario rosa, di amori intorno a un falò, di primi volte, condito, appunto, da qualche segreto inconfessabile.
La spiaggia e il segreto ci sono, e ben più di un falò, ma il gusto che ci lascia in bocca la lettura di questo romanzo non è certo dolce e caramelloso, bensì molto amaro.

Partiamo dal titolo originale: We were liars “Noi eravamo bugiardi”. Un titolo da tragedia incombente, quella che si respira già nel fulmineo attacco.
Alla vigilia dell’estate in cui la protagonista, narratrice in prima persona, ha 15 anni, il padre lascia improvvisamente sua madre. Una donna alta, bionda, bella, ricca, e abituata a non manifestare le emozioni, a non far trasparire cedimenti.
Lo stesso deve essere per la figlia, il cui cuore invece sanguina e urla di dolore. Un dolore che resta però tutto dentro; come sempre, la ragazza finisce per assecondare la madre, fare un respiro profondo e fingere che non sia accaduto nulla. Anche perché l’aspetta l’annuale vacanza all’isola di proprietà della famiglia Sinclair, con il nonno patriarca e le tre figlie, tutte con matrimoni falliti e una serie di figli.
Due cugini sono coetanei di Cady: Mirren e John. E poi c’ Gat, il nipote indiano del nuovo compagno della zia Carry.

Dall’infanzia Cady e Gat hanno un’intesa speciale, che durante l’estate si trasforma in un sentimento fatto di brividi, mani che si sfiorano sotto il tavolo, baci al sapore di sale e abbracci rubati. Un amore profondo, ma complicato da qualche ostacolo. Come la differenza di ceto sociale, il fatto che Gat abbia già una ragazza, lo sguardo critico del nonno che non approva, le tensioni tra le zie per l’eredità di famiglia.

Improvvisamente la narrazione da lineare si fa sincopata. Un salto di due anni e si passa all’estate dei 17 anni, con Cady tormentata da tremende emicranie e vuoti di memoria, per tornare a sprazzi all’estate dei 15 anni, di cui l’unica cosa che ora la ragazza ricorda è che, a un certo punto, le è accaduto un incidente misterioso, di cui non c’è traccia nella sua memoria e che le ha lasciato in eredità sintomi post traumatici così devastanti da renderla quasi invalida e dipendente dai farmaci. In mezzo c’è l’estate dei suoi 16 anni, trascorsa con il padre in Europa e durante la quale ha inviato tante mail ai cugini e al ragazzo del cuore, senza mai ricevere da loro nessuna risposta.
Dopo tante insistenze, la madre accetta di tornare con lei sull’isola, dove il nonno fa i conti con la demenza senile, i cuginetti piccoli sono cresciuti e le zie sono più amorevoli tra di loro ma affette da strane manie.
Per fortuna ci sono John, Mirren e Gat, che con lei formano il gruppo dei Bugiardi. Pur decisa a trattare Gat in modo indifferente, sente riaffiorare più forte di prima quel sentimento agrodolce che li lega. Mezze frasi, flash nella mente, ed ecco che il passato, quella maledetta estate che ha cambiato la sua vita, pezzo dopo pezzo, ritorna, rivelandosi in modo crudo, sconvolgente e davvero imprevedibile per il lettore, che vogliamo assolutamente preservare da uno spoiler davvero crudele.

Oltre all’intreccio narrativo molto abile, è interessante il linguaggio, limpido, visivo e che a tratti si fa rude e poetico insieme (Cady per definire la sua sofferenza usa una metafora forte: sangue che le cola da tagli nelle vene, e Gat è l’unico che se ne accorge e che accorre a fasciarle i polsi con garze bianche).
Nel cercare di fare chiarezza nel suo passato Cady riscrive molte volte le fiabe più classiche, inserendo la figura di un re e delle sue tre figlie, che oltre a essere un interessante esercizio di stile ci introduce nel tema forte del romanzo, ovvero la critica feroce al perbenismo ipocrita di parte della società americana (con un azzardo volo sino a Pastorale americana di Philip Roth), che va allo sfascio salvaguardando sempre le apparenze, democratica ma sottilmente razzista, legata a doppio nodo al senso del possesso, nella cui logica gli oggetti posseduti hanno la funzione di dimostrare uno status (e non a caso una Cady ancora molto confusa ma intenzionata a fare luce della nella sua vita comincia a spogliarsi letteralmente di ogni cosa che possiede).

Il romanzo mi ha fatto venire in mente alcuni film spietati che hanno messo a nudo la conflittualità dei rapporti familiari: tra di essi Segreti, film con un cast stellare del 1997, quattro sorelle e un padre padrone; I segreti Osange county (2013) con la matriarca Meryl Streep e le sue tre figlie; oppure il devastante Festen (1998) di Thomas Vinterberg.

Un romanzo coinvolgente e ben scritto che si fa bere tutto d’un sorso come un punch bollente in una serata gelida; forse non è altrettanto originale nel suo esito, che sempre in ambito cinematografico associo a vari film. Citandoli, però, potrei suggerire quel famoso spoiler che volevo scongiurare. Dunque se avete intenzione di leggere il libro, cosa che vi consiglio, fermatevi qui. Con una nota sull’autrice, Emily Lockhart, newyorkese, classe 1967, autrice di vari best seller young adult, docente di scrittura creativa alla Hamline University, e finalista al National Book Award, il più prestigioso premio letterario americana.

Se invece non resistete alla curiosità, pensandoci almeno due volte, cliccate https://libriemarmellata.wordpress.com/2013/10/22/non-lho-letto-ma-mi-piace-le-folli-avventure-di-eulalia-di-potimaron-segreti-e-presagi/

(età consigliata: dai 14 anni)

RECENSIONE DI “IL SEGRETO DI ESPEN”

10 Apr

Il SEGRETO DI ESPEN

espen

L’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale si è estesa a gran parte dell’Europa. E quasi ovunque la popolazione si è divisa tra i collaborazionisti e i cosiddetti resistenti. Ragazzi che prima di quel momento erano compagni di scuola, amici, si sono trovati su lati opposti della barricata, improvvisamente contrapposti.

È questo il tema centrale del romanzo “Il segreto di Espen” della scrittrice statunitense Margi Preus (vincitrice del Newbery Medal Award per il suo libro di esordio “Cuore di Samurai”), ambientato in Norvegia tra il 1940, quando la Germania nazista invase il paese scandinavo, e la fine del conflitto, nel 1945. È ispirato alla vera storia di Erling Sorrusten, giovane spia norvegese. Il suo nome è diventato Espen, così come sono mutati – come specifica l’autrice in una nota finale – anche i nome dei suoi compagni, dei familiari e della futura moglie, mentre altri personaggi, come in molte opere che mescolano fiction a realtà storica, sono stati inventati.

Il romanzo si apre con la prima azione del quattordicenne Espen, che in bicicletta supera un posto di blocco tedesco raccontando di portare marmellata a uno zio malato, mentre nello zaino ha delle comunicazione sulla nuova situazione nazionale: il re norvegese è stato deposto, i partiti sono stati sciolti, e c’è stato un appello ai giovani per la difesa della libertà dell’indipendenza a ogni costo. A ricevere il messaggio è un’anziana signora, Tante Marie, in realtà un’agente segreto sui generis, che accoglie l’apprendista spia con waffel caldi e racconti sulle leggende di Odino.
La memoria, dice a Espen, è molto importante, e dobbiamo fare di tutto per non di dimenticare ciò che ci è accaduto. È la memoria che ci salverà.

Il migliore amico di Espen e compagno nella squadra di calcio è Kjell, che invece si fa sorprendere in compagnia dei tedeschi. Un’ombra nel cuore di Espen, che con il passare degli anni, della guerra, del peggioramento della vita dei norvegesi non diventerà mai una certezza. Mentre un altro ragazzo, il rancoroso Aksel, indosserà apertamente la divisa della Gestapo e darà la caccia ai suoi ex compagni.
Nel frattempo Espen cresce, si innamora, con il suo esempio di staffetta coinvolge emotivamente la sorella minore Ingrid, che di nascosto va a dare del cibo agli scheletriti prigionieri dei tedeschi.
Al posto della farina arriva la segatura, le patate sono il pasto quotidiano, le tessere annonarie l’unico modo per accedere al cibo e strumento di ricatto da parte dei tedeschi. E i motivi più stupidi sono un pretesto per essere messi in prigione o finire in campi di concentramento o addirittura giustiziati.

La narrazione non è temporalmente lineare, ma presenta frequenti sfasature, rese con il corsivo, nelle quali si aprono dei flash back, a volte di non semplicissima comprensione.
Il libro è sicuramente ben documentato e ci offre uno spaccato di storia per molti inedito, andando oltre i fatti più noti e conosciuti relativi al conflitto.

In questo settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale lo abbinerei a due romanzi italiani che hanno come protagonisti giovanissimi italiani coinvolti nelle attività e nei pericoli della resistenza: “Ribelli in fuga” (Einaudi ragazzi) di Tommaso Percivale e “Fuochi d’artificio” (Salani) di Andrea Bouchard.

Da parte dell’autrice c’era forse il desideri o di raccontare una parte di storia che gli americani non hanno vissuto in prima persona essendo stati indenni dall’occupazione nazista e quindi dalla resistenza (Margi Preus ha tra l’altro intervistato il vero Espen). Ma tra i ghiacci nordici, le lunghe e abili sciate tra le nevi dei giovani protagonisti, i primi casti batticuori, manca forse quell’emozione che in altri romanzi ci fa innamorare dei personaggi rendendoceli vivi per sempre.

(età consigliata: dai 13 anni)

Recensione di “La fine del cerchio” di Beatrice Masini

21 Mar

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Il mondo dopo il mondo: potrebbe intitolarsi così questa trilogia di romanzi brevi di Beatrice Masini che si è inaugurata nel 2010 con Bambini nel bosco (unico libro per ragazzi ad essere inserito nei dodici finalisti del Premio Strega), proseguita con Solo con un cane e conclusosi con La fine del cerchio (tutti e tre editi da Fanucci).
I tre libri, in realtà, non raccontano la stessa storia, ma identica è l’ambientazione: un pianeta Terra diverso da come lo conosciamo, distrutto da una imprecisata catastrofe e tutto da reinventare. A partire dai bambini. Bambini spogliati dei condizionamenti sociali e culturali, bambini primitivi, senza memoria, e che zoppicando imparano di nuovo a confrontarsi con emozioni, sentimenti, speranze e progetti.

Beatrice Masini è una delle scrittrice più raffinate e versatili del panorama italiano. Editor , traduttrice (frutto del suo lavoro quasi tutti i volumi di Harry Potter), e autrice di serie per bambine come di romanzi toccanti, di rivisitazioni di fiabe e di racconti , ma anche di un superbo romanzo per adulti, Tentavi di botanica degli affetti (Rizzoli), finalista al Premio Campiello 2013.
La sua è una scrittura raffinata, dove ogni frase, quasi ogni parola, sono pesate, bilanciate, mai scontate. Una prosa semplice ma densa, che ci lascia immergere nelle atmosfere evocate con struggente malinconia, senza calcare i toni, senza cercare scorciatoie per facili effetti. Con l’uso di metafore insolite ed efficaci, come troviamo qui, a partire dall’incipit: “A svegliarlo fu il tintinnio degli alberi scossi: un rumore metallico di cavi strofinati, ma sulla stessa tonalità, quasi una musica”.
Per gustare appieno la musicalità di questa prosa occorre ritornare sulle frasi, rileggerle al di là della storia che raccontano, proprio per le sensazioni che evocano.

Ma veniamo , appunto, alla storia. L’umanità a causa di un virus ha dovuto lasciare il pianeta Terra per un altro imprecisato mondo. I nuovi nati (forse gli stessi bambini del bosco?), non hanno ricordi di quella che è stata la vita quaggiù: non hanno mai visto una bicicletta, abiti eleganti, animali, non hanno mai gustato cibi saporiti o sentito il rumore del gesso su una lavagna.
Bambini senza memoria che a gruppi di tre, quattro, massimo cinque, maschi e femmine, guidati da un adulto, vengono trasportati con un’astronave in diversi angoli della Terra, osservati dall’alto dagli adulti che il Pianeta lo ricordano vivo, ma che non hanno più la forza o il coraggio di ripopolarlo.
Il libro segue le vicende di tre gruppi: uno che si trova in un’imprecisata località costiera, un’altro nella foresta africana, e un altro ancora in una villa settecentesca, probabilmente in Veneto.
Seguiamo le loro scoperte , e ritroviamo lo stupore per un bagno salato, per il gusto di una zuppa di verdura o di una banana: “Non litigavano mai, Era come se fossero fatti dello stesso impasto di allegria e indifferenza alle cose, che li rendeva impermeabili e infrangibili, forti. Potevano anche essere piccoli, ma erano speciali”.
Gli adulti che sono con loro, denominati Vecchi, quando vedono che i ragazzini hanno imparato l’arte della sopravvivenza si allontanano e si lasciano morire. Sarà un mondo diverso quello che costruiranno? Se lo chiedono i deus ex machina che li osservano dall’alto, prima di ritrarsi anch’essi: «Il mondo è tutto loro, lasciamoglielo».

Un romanzo che si inserisce nel fecondo filone della distopia, mondi futuri con regole tutte nuove, e con la salvezza affidata a giovani speciali, “eletti”, che faranno meglio di coloro che li hanno messi, con le loro scelte, in situazioni così estreme.
Ma la distopia della Masini sembra solo il pretesto per parlare di bambini, per entrare nei loro cuori, depurati da tutto ciò che la civiltà ha stratificato intorno ad essi. Una scusa per osservarli, e raccontarli per quello che sono: individui meravigliosi attraverso i quali riscoprire il gusto di vivere.

(età consigliata: da 11 anni)
da libri e marmellata

In veste di … recensore: “Il Giorno degli eroi” e “Una rosa in trincea”

15 Mar

Sarà arduo trovare il tempo, ma almeno ho iniziato. A fare cosa, o meglio a rifare? Il recensore di libri, che si potrebbe dire il punto da cui, più o meno, circa 25 anni fa, ho cominciato a fare la giornalista. Contribuendo alla sana merenda per la mente che offre blog Libri e marmellata di Federica Pizzi. Debutto con una doppia recensione di due romanzi per ragazzi sulla Prima guerra Mondiale, Il giorno degli eroi (Rizzoli) di Guido Sgardoli, e Una rosa in trincea (Paoline) di Annamaria Piccione.


Gli anniversari e le commemorazioni stanno diventando sempre di più una ghiotta occasione per sfornare libri a tema, con la speranza di suscitare interesse nelle scuole, che con tutti i loro limiti (di formazione del corpo docente, di badget, di aggiornamento delle biblioteche…) restano ancora una fetta di mercato appetibile e in una certa misura “sicura”.
Non potevano quindi mancare i libri sul primo conflitto mondiale, di cui quest’anno si ricordano i cento anni dell’entrata in guerra dell’Italia.
La retorica patriottica ha da tempo lasciato spazio alle considerazioni sull’atrocità e l’insanità di una guerra lunga e logorante, che costò all’Europa milioni di vittime, soldati per lo più. Soldati improvvisati, che erano e rimanevano povera gente, la maggior parte contadini, perché il nostro era ancora un paese prevalentemente rurale.
E due giovanissimi contadini sono i protagonisti di altrettanti bei romanzi per ragazzi su questo argomento: Il giorno degli eroi (Rizzoli) di Guido Sgardoli e Una rosa in trincea (Paoline)di Annamaria Piccione.
Potremmo definire le due storie complementari per l’approccio geografico: Silvio è l’eroe veneto di Il giorno degli eroi, cresciuto a polenta e fede robusta, con il fronte a pochi chilometri da casa e i duelli aerei sopra la testa mentre Peppino, protagonista di Una rosa in trincea, è invece nato e cresciuto nelle campagne intorno a Palazzolo, in provincia di Siracusa, e la guerra la conosce solo dalla scarne notizie dei giornali e dal vuoto che si crea tra gli amici più grandi di lui partiti per il fronte. Entrambi smaniano per arruolarsi: Silvio per emulare le gesta del fratello maggiore, Peppino al contrario per salvare il fratello maggiore, che ha un figlio piccolo e un altro in arrivo.
Silvio è uno di quei famosi ragazzi del 1899 mandati al macello appena diciottenni nell’ultimo anno di una guerra infinita, mentre Peppino, grazie al suo fisico prestante, finge di essere il fratello e si ritrova in trincea appena sedicenne, con una rosa sul cuore dono di una giovane che gli vuole bene e che lo proteggerà dai pericoli.

Con entrambi i romanzi si rivivono tutte le fasi del conflitto: i primi tentennamenti del governo italiano, l’entrata in guerra a fianco delle potenze fino a poco prima nemiche, l’addestramento sommario dei nuovi arrivati, il fango, la fame, il freddo e i pidocchi della trincea, la solidarietà tra commilitoni, l’importanza delle lettere a casa.
Di tutti gli aspetti forse quello che più indigna il lettore, è la crudeltà degli alti ufficiali che non esitano a fucilare non solo i disertori ma anche coloro che rientrano in ritardo da una licenza, che di fronte alle disfatte, causate soprattutto da errori strategici, accusano di codardia quei poveri soldati devastati dalle privazioni e che non comprendono le ragioni di quella guerra. E in entrambi i romanzi ha un ruolo cruciale una tregua di Natale tra i fronti opposti, che rievoca un episodio davvero accaduto nel primo Natale di guerra tra francesi e austriaci. .

Una delle differenze, invece, tra i due romanzi è il target di riferimento.
Una rosa in trincea si colloca all’interno di una collana, Il parco delle storie, divisa per fasce di età. Immagina un pubblico che va dagli 11 ai 13 anni, e scandisce la narrazione con un’alternanza di tempo presente (per la vicenda di cornice: una coppia di cugini tredicenni in visita ai nonni siciliani) e passato (per la storia vera e propria: quella del bisnonno Peppino, sviluppata a partire da una serie di vecchie fotografie).
Pur con un esordio molto drammatico (una scena di guerra forte e dolorosa durante una delle tante battaglie catastrofiche per l’esercito italiano), vengono risparmiati ai lettori i particolari più duri, e non manca il più classico dei lieti fine.

Il giorno degli eroi – che ha un target di young adult, quindi dai 13 anni in su – non concede facili speranze. Ci fa conoscere, attraverso il punto di vista di Silvio, una vita povera ma in una certa misura serena, con i riti della campagna, le gioie semplici all’interno di una famiglia già provata dai lutti e dalle privazioni, ma solida e unita. Le certezze si sgretolano tutte, scandite dai titoli del Corriere della sera. Cadono le bombe dal cielo e la patria si rivela una matrigna, che non protegge i suoi figli, ma ne chiede solo il sangue.
Silvio lentamente acquisisce una nuova consapevolezza, e con lui i suoi compagni. E le schermaglie tragicomiche della vita in trincea sono forse la parte più bella del romanzo, con quel sapiente mescolarsi di dialetti stretti: il veneto, il bolognese, il calabrese, la nostalgia per i propri cari, e il desiderio feroce di essere tra i quattro su dieci che a ogni assalto, secondo le statistiche, sopravvivono. Con il bolognese, detto Rame, che porta sul petto il cartoncino della moglie con scritto FERMATI.

Non c’è retorica in quell’essere eroi. Non certo per la “patria” (ma qui non vi svelerò il perché), ma per l’umanità, avendo scelto di essere persone e non pedine di un gioco infinito, quello che vuole in ogni tempo e in ogni luogo, uomini divisi da trincee scavate nella terra o trincee ideologiche, ma pur sempre uomini che si tolgono la vita.

Una curiosità: entrambi gli autori hanno scritto della propria terra essendo Sgardoli di Treviso e Piccione di Siracusa.

E infine una doverosa citazione per le belle tavole a fumetti di Roberto Lauciello, che arricchiscono Una rosa in trincea di particolari visivi sulla storia di Peppino e della sua rosa e sulla grande Storia.