Un booktrailer per “Il coraggio di Ilaria”

24 Mar

Lo trovate a questo link, http://www.youtube.com/watch?v=xa6NsFa8l1Ue lo hanno realizzato i ragazzi che aderiscono al progetto “Book hunter”, cacciatori di libri. book hunter

Recensione di “La fine del cerchio” di Beatrice Masini

21 Mar

finecerchio
Il mondo dopo il mondo: potrebbe intitolarsi così questa trilogia di romanzi brevi di Beatrice Masini che si è inaugurata nel 2010 con Bambini nel bosco (unico libro per ragazzi ad essere inserito nei dodici finalisti del Premio Strega), proseguita con Solo con un cane e conclusosi con La fine del cerchio (tutti e tre editi da Fanucci).
I tre libri, in realtà, non raccontano la stessa storia, ma identica è l’ambientazione: un pianeta Terra diverso da come lo conosciamo, distrutto da una imprecisata catastrofe e tutto da reinventare. A partire dai bambini. Bambini spogliati dei condizionamenti sociali e culturali, bambini primitivi, senza memoria, e che zoppicando imparano di nuovo a confrontarsi con emozioni, sentimenti, speranze e progetti.

Beatrice Masini è una delle scrittrice più raffinate e versatili del panorama italiano. Editor , traduttrice (frutto del suo lavoro quasi tutti i volumi di Harry Potter), e autrice di serie per bambine come di romanzi toccanti, di rivisitazioni di fiabe e di racconti , ma anche di un superbo romanzo per adulti, Tentavi di botanica degli affetti (Rizzoli), finalista al Premio Campiello 2013.
La sua è una scrittura raffinata, dove ogni frase, quasi ogni parola, sono pesate, bilanciate, mai scontate. Una prosa semplice ma densa, che ci lascia immergere nelle atmosfere evocate con struggente malinconia, senza calcare i toni, senza cercare scorciatoie per facili effetti. Con l’uso di metafore insolite ed efficaci, come troviamo qui, a partire dall’incipit: “A svegliarlo fu il tintinnio degli alberi scossi: un rumore metallico di cavi strofinati, ma sulla stessa tonalità, quasi una musica”.
Per gustare appieno la musicalità di questa prosa occorre ritornare sulle frasi, rileggerle al di là della storia che raccontano, proprio per le sensazioni che evocano.

Ma veniamo , appunto, alla storia. L’umanità a causa di un virus ha dovuto lasciare il pianeta Terra per un altro imprecisato mondo. I nuovi nati (forse gli stessi bambini del bosco?), non hanno ricordi di quella che è stata la vita quaggiù: non hanno mai visto una bicicletta, abiti eleganti, animali, non hanno mai gustato cibi saporiti o sentito il rumore del gesso su una lavagna.
Bambini senza memoria che a gruppi di tre, quattro, massimo cinque, maschi e femmine, guidati da un adulto, vengono trasportati con un’astronave in diversi angoli della Terra, osservati dall’alto dagli adulti che il Pianeta lo ricordano vivo, ma che non hanno più la forza o il coraggio di ripopolarlo.
Il libro segue le vicende di tre gruppi: uno che si trova in un’imprecisata località costiera, un’altro nella foresta africana, e un altro ancora in una villa settecentesca, probabilmente in Veneto.
Seguiamo le loro scoperte , e ritroviamo lo stupore per un bagno salato, per il gusto di una zuppa di verdura o di una banana: “Non litigavano mai, Era come se fossero fatti dello stesso impasto di allegria e indifferenza alle cose, che li rendeva impermeabili e infrangibili, forti. Potevano anche essere piccoli, ma erano speciali”.
Gli adulti che sono con loro, denominati Vecchi, quando vedono che i ragazzini hanno imparato l’arte della sopravvivenza si allontanano e si lasciano morire. Sarà un mondo diverso quello che costruiranno? Se lo chiedono i deus ex machina che li osservano dall’alto, prima di ritrarsi anch’essi: «Il mondo è tutto loro, lasciamoglielo».

Un romanzo che si inserisce nel fecondo filone della distopia, mondi futuri con regole tutte nuove, e con la salvezza affidata a giovani speciali, “eletti”, che faranno meglio di coloro che li hanno messi, con le loro scelte, in situazioni così estreme.
Ma la distopia della Masini sembra solo il pretesto per parlare di bambini, per entrare nei loro cuori, depurati da tutto ciò che la civiltà ha stratificato intorno ad essi. Una scusa per osservarli, e raccontarli per quello che sono: individui meravigliosi attraverso i quali riscoprire il gusto di vivere.

(età consigliata: da 11 anni)
da libri e marmellata

Un’intervista dove parlo della scrittura e dello scrivere

17 Mar

Sara Magnoli mi ha intervistata per il sito “Gli amanti dei libri”http:// www.gliamantideilibri.it

A tu per tu con… Fulvia Degl’Innocenti

Giornalista nella redazione del mitico Giornalino e autrice di libri per bambini e ragazzi, Fulvia Degl’Innocenti è un vulcano di scrittura e di idee. Dagli albi illustrati ai romanzi, dai libri di divulgazione (anche sulle bolle di sapone e sul teatro di strada, tanto per dare un’idea della sua versatilità creativa) a manuali per teenagers, fino a tematiche religiose e sociali, ha visto alcune sue storie tradotte anche all’estero. Il suo “La ragazza dell’Est” ha ottenuto il Premio Arpino, il Premio Bitritto Critici in erba, il Premio Città di Biella e il Bancarellino 2011; “Sopravvissuta” è arrivato secondo al Bancarellino dell’anno successivo e finalista al Premio Il castello-Nascimbeni e al Bitritto. Dal 2004 dirige la collana di narrativa “Il parco delle storie” delle Edizioni Paoline e il suo nuovo “La libraia” è un inno alla meraviglia dei libri e della lettura.

La libraia, Edizioni San Paolo, 2014

La libraia, Edizioni San Paolo, 2014

Giornalista e scrittrice: come il modo di scrivere cambia e come quello di una professionalità influenza o meno quello dell’altra, nel suo caso?

Si tratta di due modi diversi sia di vedere la realtà che di rappresentarla con le parole. Un linguaggio più asciutto, essenziale, e uno sguardo più distaccato nel caso della scrittura giornalistica, e un maggiore coinvolgimento emotivo e una costante affabulazione nella scrittura narrativa. Ma in me queste due scritture spesso di intersecano. Sia perché i target di riferimento sono gli stessi (bambini e ragazzi), sia perché mi è capitato spesso di sviluppare in una racconto o un romanzo tematiche di cui prima mi sono occupata per un articolo.

Lei Scrive e ha scritto molti libri anche per bambini piccoli: che cosa pensa della lettura ad alta voce? Quando e perché ha un senso?

La lettura ad alta voce è una magia che ha un senso per tutta la vita. Se nei primissimi anni è un prolungamento di un abbraccio, una portatrice di emozioni e stimoli intellettivi, continua ad avere un ruolo fondamentale anche quando i bambini acquisiscono la capacità di leggere da soli. Leggere ad alta voce significa condivisione, vicinanza, passione comune. E ogni volta che in un incontro, anche con adulti, mi capita di aprire un libro e leggere un brano, ogni tipo di uditorio si azzittisce e viene con me. Anche solo per pochi minuti, nello spicchio di mondo narrato dalle parole che leggo.

Ha trattato, in testi come quello inserito nell’antologia a più voci “Chiamarlo amore non si può”, o nel suo romanzo “La ragazza dell’est”, temi scomodi, come la violenza di genere: qual è per lei l’atteggiamento giusto per uno scrittore che si rivolge soprattutto ai ragazzi per affrontare con loro questo tipo di problematiche?

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Credo che la letteratura più della cronaca possa aiutare a confrontarsi con una situazione con la giusta dose di identificazione e di distacco. Entriamo in una vicenda, proviamo gli stessi sentimenti, dei protagonisti, ma in un certo senso manteniamo una sguardo esterno. Ecco che allora anche la violenza, il dolla libraiaore, possono essere avvicinati e compresi. Il calore di una storia si avvinghia al cuore del lettore, e rimane con lui per sempre, come una piccola luce per guardare meglio sia la realtà che dentro si sé. E questo senza bisogno di ricorrere a toni crudi ed espliciti, a cui anche i ragazzi più giovani sono quasi assuefatti dal linguaggio dei media.

Ma perché ha scelto una, anzi, due professioni, che hanno a che fare con la scrittura e la lettura?

È una scelta antica, che risale alle prime esperienza nei banchi di scuola con una penna e un foglio bianco davanti. Il gusto per evocare o rievocare una storia, e darle una forma attraverso le parole. Questo è quello che ho sempre voluto fare e che continuo a fare con un piacere immutato. Ogni volta che devo sviscerare un tema per una articolo o che visualizzo una nuova storia, o un progetto editoriale, è come se mi innamorassi. Certo, poi la scrittura è anche fatica, autodisciplina, riscrittura. Ma l’amore è sempre quello.

[CP - 68]  GIORNALINO/PUBBLICITA/PAGINE ... 10 - 08/03/1

Come riesce a conciliare queste due professioni, oltre alla sua “attività” di mamma, in termini di tempo?

Solo questa grande passione unita alla tenacia con cui affronto le varie faccende della vita mi ha permesso di mantenere questi due binari paralleli, anche quando magari le situazioni familiari non sono state semplici. Ma un momento tutto mio per dedicarmi alla scrittura l’ho sempre trovato. Magari rinunciando a piccoli piaceri immediati in nome di un piacere per me grande e insostituibile che è dire a me stessa: sono una scrittrice. Una frase che, quando la pronuncio, mi stupisce ancora, dopo quasi 60 titoli pubblicati. Perché i sogni dei bambini, e questo per me lo era, continuano a essere rivestiti di luce per tutta la vita.

Che consiglio può dare a chi, giovane o meno giovane, vuole avvicinarsi alla scrittura in modo serio?

Credo che l’aggettivo “serio” sia fondamentale. In esso ci leggo in trasparenza la facilità di scrittura, il confronto con modelli letterari diversificati (ovvero leggere, tanto, grandi autori ma anche letteratura di genere) , l’umiltà di chi cerca un riscontro oggettivo (facciamo leggere ciò che scriviamo), coltivare un’idea forte e saperla sviluppare, non avere la pretesa che la nostra vita sia necessariamente interessante per gli altri (troppi aspiranti scrittori di autobiografie). E poi conoscere bene il mercato editoriale, ed essere assidui frequentatori di librerie e biblioteche.

In veste di … recensore: “Il Giorno degli eroi” e “Una rosa in trincea”

15 Mar

Sarà arduo trovare il tempo, ma almeno ho iniziato. A fare cosa, o meglio a rifare? Il recensore di libri, che si potrebbe dire il punto da cui, più o meno, circa 25 anni fa, ho cominciato a fare la giornalista. Contribuendo alla sana merenda per la mente che offre blog Libri e marmellata di Federica Pizzi. Debutto con una doppia recensione di due romanzi per ragazzi sulla Prima guerra Mondiale, Il giorno degli eroi (Rizzoli) di Guido Sgardoli, e Una rosa in trincea (Paoline) di Annamaria Piccione.


Gli anniversari e le commemorazioni stanno diventando sempre di più una ghiotta occasione per sfornare libri a tema, con la speranza di suscitare interesse nelle scuole, che con tutti i loro limiti (di formazione del corpo docente, di badget, di aggiornamento delle biblioteche…) restano ancora una fetta di mercato appetibile e in una certa misura “sicura”.
Non potevano quindi mancare i libri sul primo conflitto mondiale, di cui quest’anno si ricordano i cento anni dell’entrata in guerra dell’Italia.
La retorica patriottica ha da tempo lasciato spazio alle considerazioni sull’atrocità e l’insanità di una guerra lunga e logorante, che costò all’Europa milioni di vittime, soldati per lo più. Soldati improvvisati, che erano e rimanevano povera gente, la maggior parte contadini, perché il nostro era ancora un paese prevalentemente rurale.
E due giovanissimi contadini sono i protagonisti di altrettanti bei romanzi per ragazzi su questo argomento: Il giorno degli eroi (Rizzoli) di Guido Sgardoli e Una rosa in trincea (Paoline)di Annamaria Piccione.
Potremmo definire le due storie complementari per l’approccio geografico: Silvio è l’eroe veneto di Il giorno degli eroi, cresciuto a polenta e fede robusta, con il fronte a pochi chilometri da casa e i duelli aerei sopra la testa mentre Peppino, protagonista di Una rosa in trincea, è invece nato e cresciuto nelle campagne intorno a Palazzolo, in provincia di Siracusa, e la guerra la conosce solo dalla scarne notizie dei giornali e dal vuoto che si crea tra gli amici più grandi di lui partiti per il fronte. Entrambi smaniano per arruolarsi: Silvio per emulare le gesta del fratello maggiore, Peppino al contrario per salvare il fratello maggiore, che ha un figlio piccolo e un altro in arrivo.
Silvio è uno di quei famosi ragazzi del 1899 mandati al macello appena diciottenni nell’ultimo anno di una guerra infinita, mentre Peppino, grazie al suo fisico prestante, finge di essere il fratello e si ritrova in trincea appena sedicenne, con una rosa sul cuore dono di una giovane che gli vuole bene e che lo proteggerà dai pericoli.

Con entrambi i romanzi si rivivono tutte le fasi del conflitto: i primi tentennamenti del governo italiano, l’entrata in guerra a fianco delle potenze fino a poco prima nemiche, l’addestramento sommario dei nuovi arrivati, il fango, la fame, il freddo e i pidocchi della trincea, la solidarietà tra commilitoni, l’importanza delle lettere a casa.
Di tutti gli aspetti forse quello che più indigna il lettore, è la crudeltà degli alti ufficiali che non esitano a fucilare non solo i disertori ma anche coloro che rientrano in ritardo da una licenza, che di fronte alle disfatte, causate soprattutto da errori strategici, accusano di codardia quei poveri soldati devastati dalle privazioni e che non comprendono le ragioni di quella guerra. E in entrambi i romanzi ha un ruolo cruciale una tregua di Natale tra i fronti opposti, che rievoca un episodio davvero accaduto nel primo Natale di guerra tra francesi e austriaci. .

Una delle differenze, invece, tra i due romanzi è il target di riferimento.
Una rosa in trincea si colloca all’interno di una collana, Il parco delle storie, divisa per fasce di età. Immagina un pubblico che va dagli 11 ai 13 anni, e scandisce la narrazione con un’alternanza di tempo presente (per la vicenda di cornice: una coppia di cugini tredicenni in visita ai nonni siciliani) e passato (per la storia vera e propria: quella del bisnonno Peppino, sviluppata a partire da una serie di vecchie fotografie).
Pur con un esordio molto drammatico (una scena di guerra forte e dolorosa durante una delle tante battaglie catastrofiche per l’esercito italiano), vengono risparmiati ai lettori i particolari più duri, e non manca il più classico dei lieti fine.

Il giorno degli eroi – che ha un target di young adult, quindi dai 13 anni in su – non concede facili speranze. Ci fa conoscere, attraverso il punto di vista di Silvio, una vita povera ma in una certa misura serena, con i riti della campagna, le gioie semplici all’interno di una famiglia già provata dai lutti e dalle privazioni, ma solida e unita. Le certezze si sgretolano tutte, scandite dai titoli del Corriere della sera. Cadono le bombe dal cielo e la patria si rivela una matrigna, che non protegge i suoi figli, ma ne chiede solo il sangue.
Silvio lentamente acquisisce una nuova consapevolezza, e con lui i suoi compagni. E le schermaglie tragicomiche della vita in trincea sono forse la parte più bella del romanzo, con quel sapiente mescolarsi di dialetti stretti: il veneto, il bolognese, il calabrese, la nostalgia per i propri cari, e il desiderio feroce di essere tra i quattro su dieci che a ogni assalto, secondo le statistiche, sopravvivono. Con il bolognese, detto Rame, che porta sul petto il cartoncino della moglie con scritto FERMATI.

Non c’è retorica in quell’essere eroi. Non certo per la “patria” (ma qui non vi svelerò il perché), ma per l’umanità, avendo scelto di essere persone e non pedine di un gioco infinito, quello che vuole in ogni tempo e in ogni luogo, uomini divisi da trincee scavate nella terra o trincee ideologiche, ma pur sempre uomini che si tolgono la vita.

Una curiosità: entrambi gli autori hanno scritto della propria terra essendo Sgardoli di Treviso e Piccione di Siracusa.

E infine una doverosa citazione per le belle tavole a fumetti di Roberto Lauciello, che arricchiscono Una rosa in trincea di particolari visivi sulla storia di Peppino e della sua rosa e sulla grande Storia.

Recensione su Forkids

2 Mar

Un’altra recensione per “La libraia”. Stavolta sul portale di notizie sui libri e gli eventi per bambini e ragazzi Forkids dove si legge che il romanzo è “Una storia che si muove dentro, attorno e con i libri”.La recensione completa su forkids

La libraia è “come un’arancia”

27 Feb

Lo scrive Francesca Frenzi Mariucci in una bella recensione che fa del romanzo “La Libraia” sul sito bookavenue.
“L’autrice! scrive Frenzi Mariucci, “ha descritto una foto che mi galleggiava in testa da qualche tempo. La storia invece è molto ricca e tutto il romanzo si gusta come un’arancia. Bocconi di spicchi gustosi, dolci eppure un po’ acidi, non presi in fila ma qua e là, perché scrive “Vivere è una catena di attimi presenti. E qualsiasi cosa sia accaduta ieri, è solo ora che posso essere nuovo”.
L’intera recensione qui recensione

Un’intervista per parlare di “La libraia”, l’amore e Malala

27 Feb

Carmen Legnante, La titolare della Libreria al Sette, di Carugo (Como), mi ha rivolto alcune domande per la sua newletter. Con la segnalazione di tre miei libri, che trovate qui Le recensioni di Libreria al Sette

La libraia, Edizioni San Paolo, 2014

La libraia, Edizioni San Paolo, 2014

“La protagonista de La Libraia è una ragazza che trova la sua strada in modo molto naturale, senza forzature, anzi, ad un certo punto è la strada stessa ad andarle incontro. Spesso i ragazzi vengono forzati, anche nella lettura, perché si deve leggere. Ma sarebbe bello che fossero i libri a scegliere i ragazzi. Come si può facilitare questo incontro?”

L’idea del romanzo “La libraia” è quella che in ciascuno di noi c’è un talento che può venire alla luce solo in determinate circostanze. Prima di trovare la sua strada alla giovane protagonista gliene hanno imposte tante di strade, e ogni volta ha dato il peggio di sé. Fino a trovare una sorta di spazio vuoto, fatto di ascolto e di esempio silente. A volte un piccola forzatura può essere necessaria per innescare la miccia, cioè la passione per le storie e per quegli oggetti (libri cartacei o e-reader) che le contengono. Sicuramente un autore, quando incontra i ragazzi ben preparati da insegnanti a loro volta genuinamente appassionati alla lettura, può fare molto per motivarli alla scelta di un libro, non importa quale. Inoltre funziona invitare i ragazzi a esprimere il loro giudizio su una lettura fatta (e scelta da una lista il più variegata possibile che comprenda graphic novel, classici, romanzi distopici…) condividendola con i compagni, senza che essa sia materia di valutazione. L’amore per la lettura sa essere contagiosa, anche tra i teen agers.

Ma l'amore che cos'è, Il Gioco di leggere edizioni, 2014, illustrazioni di Francesca Carabelli

Ma l’amore che cos’è, Il Gioco di leggere edizioni, 2014, illustrazioni di Francesca Carabelli


“Nello splendido albo “Ma l’amore che cos’è?” si spiega questo sentimento ai bambini, con immagini semplici e di vita quotidiana. Ma l’amore che cos’è per i bambini e i ragazzi? C’è ancora la favola o sono diventati tutti più cinici fin da piccoli?”
L’amore non è una favola, è concretezza, è emozione, è prendersi cura. Ci può essere un atteggiamento di facciata in qualche bambino più grandicello, che sbuffa quando si parla di amore, ma basta grattare un po’ la superficie (anche quella degli adulti oserei dire), e vengono fuori tante cose. Ma l’amore che cos’è è una domanda che dovremmo farci sempre, per tuta la vita. Ma nella prima infanzia aiuta a educare i bambini all’affettività, a dare voce ai sentimenti, e a rispettare anche quelli degli altri.

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“Uscirà a breve “Io sono Adila. La storia di Malala raccontata ai bambini e alle bambine”. Qualcuno può pensare che sia una storia troppo difficile da raccontare ai più piccoli, ma credo che con le parole giuste tutte le storie possono essere raccontate, soprattutto quelle di grande valore come questa. Ci può anticipare come verrà raccontata questa storia?!

La storia di Malala, la ragazzina pakistana ferita gravemente dai talebani e insignita nel dicembre scorso del Premio nobel per la pace, è legata a uno dei diritti primari dei bambini e delle bambine: quello all’istruzione. Dare valore a ciò che si fa ogni giorno quando andiamo a scuola, alla materna, alla primaria, ci rende consapevoli e ci apre alla comprensione di un altro mondo, dove questo diritto deve ancora essere conquistato. La protagonista è una bambina pakistana ancora piccola che ama andare a scuola, ma la cui famiglia crede che per lei sia meglio stare a casa. Accadeva anche in Italia fino a qualche decennio fa; è accaduto a mia madre, classe 1944, che si è fermata alla Quinta elementare anche se era un’alunna brillante e volenterosa. La maestra di Adila, per convincere i suoi genitori, sceglie di raccontare loro la storia di Malala. A volte ci vogliono dei gesti eroici per aprire i cuori un po’ induriti.