Mi chiamavano Carotina

PIACERE FULVIA, ANZI… CAROTINA!

“Guardatela, che buffa, sembra una carota!”, esclamò Massimiliano. E nella I D cominciò a levarsi un coro “Carotina, carotina, carotina…!!!”.

Sicuramente quello del mio compagno di classe era stato un geniale guizzo creativo, pari a quelli di artisti come Picasso e Kandisnky, che riuscivano a vedere negli oggetti più comuni altri mondi, altre cose… Perché, ancora a distanza di 30 anni, non riesco a spiegarmi come avesse potuto abbinare al mio taglio fresco di parrucchiere l’immagine di una carota.

Pochi giorni prima mi ero presentata all’appuntamento con il primo giorno di prima media con la mia capigliatura standard, quella che mi accompagnava fin dall’asilo e che mi avrebbe contraddistinta, salvo qualche esperimento sporadico, per gli anni a venire. Ovvero: frangetta e caschetto.

Occhi e capelli scuri, pelle chiara con qualche lentiggine, gran sorriso, un po’ maschiaccio, tanto sport e letture, e solo qualche traccia di timidezza: ecco l’identikit di Fulvia Degl’Innocenti, I D, scuola media “Mario Fontana”, La Spezia. Poi mia madre pensò bene che era arrivato il momento di farmi tagliare un po’ i capelli, per rinforzarli in vista dell’autunno. Nulla di drastico, pensava lei ( epensavo io). Di diverso avviso era la parrucchiera, che ispirata da chissà quale spiritello dispettoso, decise di fare un taglio “artistico”. Quando, dopo il misfatto, mi vidi allo specchio, la mia fantasia mi associò piuttosto alla capocchia di un fiammifero, perché la mia testa mi si rivelò, come mai prima di allora (ricordate, sempre con il caschetto), piccolina rispetto alla mia altezza, e un po’ appuntita, sicuramente allungata. Insomma, non mi piacevo neanche un po’; ho tenuto il muso alla parrucchiera e a mia madre, ma inutile piangere sui capelli… “versati”! E mi sono presentata l’indomani nella mia classe con un po’ di timore per l’impatto con i compagni: ma mai avrei sospettato quello che sarebbe accaduto.

“Carotina, sembri una carotina…!”. E da quel momento, per i successivi tre anni, nessuno mi chiamò più per nome. Beh, salvo i professori, quelli però, usavano chiamarmi per cognome. Capitava che se qualcuno per sbaglio proferiva un “Fulvia…” neanche mi girassi, tanto avevo rimosso la mia identità all’interno delle mura scolastiche. Quindi per i prof io ero Degl’Innocenti, mentre per gli altri “Carota, Carotina”, nel migliore dei casio. Per Massimiliano, l’arterfice del misfatto, e per gran parte dei maschi, “Carota” fu solo il punto di partenza per tutta una serie di giochi linguistici di natura vegetale, fatti con più di un briciolo di… crudeltà, che arrivarono sino alle vette creative di “Orto Liebig” (che poi era, ed è ancora la marca di noto dado da brodo) e, udite udite, “Cedro del Libano”, passando per tutti gli ortaggi immaginabili! E io a sgolarmi, ribellarmi, fare anche a botte, dando così loro un sacco di pretesti aggiuntivi per continuare nelle perfide prese in giro. Tutto ciò non fu di aiuto alla mia autostima, e persi un po’ nella mia sicurezza e della mia allegria, chiudendomi nel mio bozzolo, tra il timido e il rabbioso… I capelli, nel frattempo, erano ricresciuti, io mi ero fatta conoscere per altre qualità (ero una brava a scuola, ma che dava anche una mano, una che si faceva notare in tutti gli sport, e che conveniva avere in squadra…). Ma rimanevo sempre e solo “Carota”.

Le medie erano finite da un pezzo quando  ritrovai in una palestra che frequentavo la bidella che lavorava prima alla mia vecchia scuola. Fu sorpresa e felice di incontrarmi, e appena mi vide esclamò: “Ciao, Carotina!”. D’altronde, in che altro modo avrebbe potuto ricordarsi di me?

P.s: non c’è da stupirsi che il mio debutto nel mondo della letteratura per ragazzi è stato un romanzo in cui il regno vegetale rischia di essere distrutto e invia sette carote in missione speciale per arruolare il loro salvatore. Titolo: “La danza delle carote!”.

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