Farfalle in fuga

FARFALLE IN FUGA

“C’era una volta…” Non pensate anche voi che questo rimanga il modo migliore per iniziare una storia? Dunque, dicevo… c’era una volta un bellissimo paese con i colori splendenti, e tanta allegria sui volti dei suoi abitanti. Beh, voi non ci crederete, ma c’è stato un momento nella sua storia in cui il profumo dei fiori, il sorriso della gente, il rosso del sole al tramonto, il verde dei prati e l’azzurro del cielo erano solo un pallido ricordo di un tempo felice che sembrava scomparso per sempre. E tutto a causa delle farfalle. O meglio, di un principe malvagio che… E se cominciassimo dal principio?

Papillonia era nota in tutto il regno Arcobaleno per la sua bellezza. I fiori spuntavano ovunque e avevano colori così intensi da abbagliare lo sguardo. Nei prati c’erano margherite con un petalo diverso dall’altro. In riva ai ruscelli c’erano roselline grandi come l’unghia del mignolo, ma dall’intenso profumo. Nei giardini crescevano garofani rossi grandi come cavoli, nei campi spuntavano girasoli minuscoli come lacrime di un bambino. E in certe mattine di primavera usignoli, cardellini e pettirossi, da un lato, rondini e merli dall’altro, aquile e aironi dall’altro ancora (in queste occasioni anche i gufi e le civette si svegliavano dal loro sonno per partecipare al coro) intonavano un canto vario e potente come quello di un’orchestra.
E poi, le farfalle: migliaia di variopinte e allegre farfalle che svolazzavano ovunque, giocavano a nascondino con i bambini, saltavano di fiore in fiore, si posavano sui davanzali per fare compagnia alle massaie, aleggiavano sopra le coppie di innamorati.
Venivano da ogni parte del regno per ammirare le farfalle di Papillonia. Gente semplice a bordo di un carretto, gran dame nelle loro carrozze decorate, cavalieri sui loro cavalli tirati a lucido. Fra i tanti visitatori di Papillonia ce n’era uno particolarmente affezionato. Almeno così sembrava. Era un tipo misterioso, sempre avvolto in un mantello nero, con grossi stivali di pelle. I bene informati dicevano si trattasse di un ricco principe che passava il tempo a studiare nel suo castello sotto la guida di un mago potente e maligno.
“Forse la vista delle nostre farfalle raddolcirà il suo animo”, si dicevano gli abitanti di Papillonia, che avevano il pregio di non pensare mai male di nessuno, convinti che tutto il mondo avesse il loro stesso animo puro e sorridente.
Ma le visite del principe Alem, così si chiamava, non erano per nulla disinteressate. Il mago maligno gli aveva rivelato un gran segreto. Le farfalle di Papillonia portavano nelle loro ali leggere un immenso potere. Il potere del Bene, della gioia, dell’armonia, dell’incanto e della pace. Parole indigeste per il principe Alem, che adorava la rabbia, la malinconia, la guerra e la paura. “E’ per colpa di quelle stupide farfalle”, non faceva che ripetere, “che non riesco a impossessarmi del regno. Se solo potessi eliminarle e metterle al mio servizio!”.
La sua sete di potere e i perfidi consigli del mago avevano generato un piano per imprigionare nel suo castello le farfalle di Papillonia. “Presto finiranno di svolazzare libere e di portare in giro la loro aria di bellezza e di felicità”, ghignava Alem.
Ma l’impresa andava compiuta gradualmente. Così il principe nero ogni settimana arrivava in visita al paese, girovagava distrattamente per le campagne, faceva un passeggiata nei boschi, si fermava a bere un boccale di vino alla locanda, e “zip, zap”: ogni volta decine di farfalle andavano a infilarsi sotto il suo mantello nero, cosparso internamente di una polvere magica che le attraeva in modo irresistibile.
Vedendo che le farfalle si avvicinavano al principe, nessuno si insospettiva. Quelle allegre creature erano così socievoli con tutti! E così, spedizione dopo spedizione, Papillonia cominciò a cambiare aspetto.
Dapprima nessuno se ne accorse: poi i contadini iniziarono a tornare dai campi scuotendo la testa perché il raccolto non cresceva come avrebbe dovuto. I giochi dei bambini erano meno gioiosi, gli innamorati non facevano che sospirare, e l’orchestra degli uccellini cominciava a emettere qualche nota stonata. Persino i colori sembravano sbiaditi
Poi, una mattina, Papillonia si svegliò in bianco e nero.
I colori erano scomparsi, sostituiti dalle sfumature del grigio. I volti degli abitanti erano tristi, gli uccellini avevano smesso di cantare, le roselline e le margherite tenevano la corolla china sul loro stelo avvizzito. E le farfalle?
E improvvisamente tutti si accorsero che non c’era nemmeno l’ombra grigia dell’ala di una farfalla. Le loro care amiche erano scomparse, e con loro i colori, la luce, la gioia, la pace, la prosperità.
Intanto nel suo castello il principe di Alem contemplava con soddisfazione il suo misfatto. “Finita la felicità, presto gli abitanti di Papillonia cominceranno a litigare, ad avere paura l’uno dell’altro, a non sentirsi sicuri. Avranno bisogno di una guida, di un capo, e io sarò pronto a offrire il mio aiuto”.

Le farfalle, nel frattempo, erano state rinchiuse in un’enorme prigione nei sotterranei del castello. Non si erano accorte di niente, e continuavano a credere di essere libere e felici. Infatti la prigione aveva pareti grandissime, illuminate artificialmente e dipinte dal miglior pittore del regno. I prati, i fiori, i ruscelli erano così belli da sembrare veri, o almeno così apparivano agli occhi delle sciocche farfalle. Mentre le ignare farfalle svolazzavano allegramente nella loro prigione dipinta, Papillonia sprofondava sempre di più nella tristezza e nel grigiore.
Ma in tutto quel bianco e nero c’era una nota stonata. La sera in cui il principe Alem credeva di aver rapito tutte le farfalle, Aurora, una giovane e saggia farfallina, se ne stava a riposare dentro il tronco di un albero di ciliegie. A forza di giocare con le gocce di rugiada si era buscata un brutto raffreddore. Con le antenne tappate non avrebbe sentito neanche il più soave degli odori! Così, era stata l’unica a sfuggire alla trappola del principe.
Nel suo letto di foglie sentiva uno strano silenzio intorno. E quando si decise a mettere le antenne fuori dal tronco, vide che non c’era traccia delle sue sorelle.
Sul principio pensò che le avessero fatto uno scherzo.
“Irene, Letizia, Angela”, gridò, “dove siete, venite fuori”.
Poi vide un usignolo che ne stava tutto rannicchiato tra le ali con aria malinconica. E uno scoiattolo con la coda ammosciata. E un calabrone che non aveva più la forza di ronzare.
“Che cosa avete tutti quanti? E dove sono finite le farfalle?”.
“Solo tu puoi scoprirlo”, le disse un topo. “Ormai sei l’unica farfalla di Papillonia. Tutto quello che sappiamo è che nei giorni scorsi le farfalle erano attratte da un uomo vestito di nero che, come ci ha detto l’amico sparviero, si è incamminato verso Sud”.
Aurora, farfallina coraggiosa, non esitò un solo istante e partì verso Sud, cercando di captare con le antenne le tracce delle sfortunate sorelle. Lungo il cammino tutti gli abitanti di Papillonia cercavano di aiutarla come potevano. “Sempre dritto, da quella parte, l’ho visto passare di qua, sei sulla strada giusta…”, gridavano.
Finalmente Aurora arrivò al castello del principe Alem. Il richiamo delle farfalle era fortissimo e fu facile per lei individuare la prigione. Una prigione ben protetta. Non c’era nessuna fessura dove infilarsi, nessuna finestrella a cui affacciarsi. Provò a gridare, chiamando a una a una le sue amiche. Ma dall’interno non arrivava nessun segnale. Non la sentivano, eppure Aurora era sicura che fossero oltre quel muro. Tutti i tentativi furono inutili. Che altro avrebbe potuto fare?
“Ehi tu, che cosa stai cercando?”, le chiese una coccinella che scorrazzava sul prato.
“Visto che sei di queste parti, forse puoi darmi un consiglio. Ci sono le mie sorelle rinchiuse lì dentro, ma non so come fare a parlare con loro”.
“Oggi è il tuo giorno fortunato. Hai trovato la persona giusta. Devi sapere che un po’ di tempo fa anch’io, insieme con le mie sorelle coccinelle, sono finita dentro la prigione di Alem. Il mago gli aveva detto che le coccinelle portano fortuna e così lui ci aveva catturato. Voleva per sé tutta la fortuna del mondo.
Noi però non ci rendevamo conto di essere in prigione. Là dentro tutto è meraviglioso, luccicante, incantato. Peccato che sia tutto finto, un dipinto che riproduce la realtà. Poi, un giorno, abbiamo sentito la voce di uno scarabeo. Anche a lui era accaduta la stessa avventura. Ma era riuscito a scappare. ‘Che cosa ci stai raccontando?’, gli dicevano. ‘Tutto questo è reale ed è bellissimo. Vieni fuori se hai il coraggio’.
Lo scarabeo, paziente, ci consigliò di fare un esperimento. Di grattare, cioè, uno spicchio di quel cielo sempre azzurro. Oppure un angolo di quel prato verde. I nostri occhi si riempirono d’orrore quando videro che eravamo circondate da pareti colorate, e che dietro al cielo c’era uno squallido muro grigio. Così demmo ascolto allo scarabeo, che ci insegnò la strada per evadere dalla prigione”.
“E te la ricordi ancora? “, chiese Aurora piena di speranza.
“Certamente. Sto qui apposta, nel caso ci fosse qualcuno che ha bisogno di me. Quello che non ricordo è il punto da cui lo scarabeo era riuscito a farci arrivare la sua voce. Dovrai farti catturare e spiegare dall’interno la via di fuga”.
Aurora, malgrado il coraggio e la buona volontà, aveva però un difetto. Era molto distratta e non si ricordava mai le cose con precisione. Figurarsi un piano di fuga. Chiese quindi alla coccinella se conoscesse un ragno di fiducia.
“Come no, Virgilioooo!”, urlò la coccinella.
Sentendo il suo nome un ragnetto si calò legato a un filo di ragnatela davanti a Aurora.
“Chi mi vuole?”, fece.
“Avremmo bisogno della tua abilità di tessitore”, disse Aurora, che aveva in mente un piano perfetto.
Aurora, con Virgilio saldamente aggrappato al suo corpo, andò a svolazzare davanti alla finestra del principe Alem, alle prese con chissà quali altri piani malefici. Battendo le ali contro il vetro cercò di attirare la sua attenzione. Finalmente Alem si accorse di lei.
“Un’altra farfalla!”, esclamò ghignando. E spalancando di colpo al finestra con destrezza infilò Aurora in una barattolo di vetro e la condusse nella prigione sotterranea.
Quando le farfalle la videro arrivare le fecero una gran festa,
“Aurora, dov’eri finita, eravamo preoccupate!”.
“Qui se c’è qualcuna che deve essere preoccupata sono io”.
E cominciò a raccontare tutta la storia.
Come era già successo alle coccinelle, anche le farfalle non credettero alle sue parole
“Ma non vedi com’è tutto bello qui intorno? Sei proprio un ingenua a credere a queste storie”.
Aurora passò subito all’esperimento. L’effetto fu immediato. Gli occhi spaventati delle farfalle si rivolsero verso Aurora.
“Allora, volete stare ancora qui o volete che vi insegni la strada per uscire?”.
“Vogliamo la nostra libertà, vogliono tornare a Papillonia”, gridarono in coro.
Nel frattempo il ragnetto aveva cominciato il suo lavoro. Stava tessendo una ragnatela che riproduceva la mappa della prigione e la via di fuga.
“Bene sorelle”, esclamò Aurora, “non abbiamo che da seguire le tracce della ragnatela”.
Nell’angolo più buio della prigione c’era una rosa gialla dipinta, formata da ventuno petali. Dietro la vernice della rosa c’era un minuscolo foro da dove, a una certa ora della sera, filtrava l’ultimo raggio di sole, che andava a riflettere su un punto del finto prato. Da lì partiva un cunicolo in cui Aurora si infilò, seguita da tutte le altre farfalle e da Virgilio.
Quando sbucarono all’aperto stava calando la sera e le guardie dalle torri non si accorsero di loro. Non rimaneva che salutare la coccinella e il ragno e ripartire tutte insieme verso Papillonia. Volarono in fila, una dietro l’altra, leggere e colorate come la coda di un aquilone, e ovunque passavano c’erano volti sorridenti e mani festose che salutavano con gioia il loro ritorno.
Quando il sole spuntò per annunciare un nuovo giorno, Papillonia ritrovò d’incanto lo splendore dei suoi colori, la magia dei sorrisi, la melodia degli uccelli e, soprattutto, l’armonia delle farfalle.

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